Marco 23/09/2023 Visita: 286

Una giornata da zattieri

Image top Una giornata da zattieri

Nella giornata del 25 giugno 2023 una rappresentanza di cittadini della Repubblica Veneta congiuntamente a parenti ed amici visitava il museo etnografico degli zattieri del Piave a Codissago (Longarone). La visita risultava estremamente interessante sia dal punto di vista storico che culturale... La giornata si concludeva con un pranzo nella vicina "Hosteria dei Zater" dove si degustava un menù tipico tutti in compagnia di un felice convivio.


Serenissima: dai boschi del Bellunese alla laguna in zattera

A Palazzo Ducale il Doge della Serenissima Agostino Barbarigo siglava, il 3 agosto del 1492, uno statuto – la Mariegola – che regolava il lavoro degli zattieri e che ancora oggi è custodito nella biblioteca civica di Belluno.

Una storia che parla di operai specializzati boscaioli, menadàs, segantini e zattieri il cui faticoso compito era di portare a Venezia “l’oro verde”. 

Risalivano il Piave a bordo di zattere e dopo un lungo percorso si spingevano in Laguna, trainate da burchi a vela. A Venezia erano migliaia le zattere che con il loro carico rifornivano la città, sopratutto l’Arsenale, 3000 e forse più. 

Codissago è il paese che storicamente ha fornito secolari generazioni di zattieri, porto importante di quell’antica arteria fluviale, dove gli abitanti erano abili costruttori e conduttori di zattere. Affacciato sull’acqua e al contempo circondato da boschi, l’insediamento fu per secoli uno tra i più importanti porti fluviali dell’asta plavense. Nei pressi del ponte Malcolm, che prende il nome dalla Villa ottocentesca distrutta dalla tragedia del Vajont, a nord del paese, sono ancora visibili, affioranti dall’acqua, i resti delle “roste”, ovvero imponenti barriere artificiali con cui era regolamentata la fluitazione dei tronchi provenienti dalla montagna Cadorina e diretti verso la laguna veneta. 


Chi erano gli zattieri? 

Gli zattieri erano uomini forti e coraggiosi, che con il proprio duro e pericoloso lavoro, per centinaia e centinaia d’anni hanno contribuito al proprio e famigliare sostentamento, dando un assetto commerciale alle nostre vallate e contribuendo alla nascita, alla crescita e allo splendore, per secoli, di quella Città che ancora tutt’oggi è una delle più belle città del mondo: Venezia. Gente forte e coraggiosa, esercitavano questo faticoso e pericoloso mestiere, che fu per centinaia d’anni il fulcro e il cardine su cui faceva perno tutto il trasporto di merci e persone, delle quali era necessario per far vivere tutte le attività e forme di vita, su cui era basata la sopravvivenza e il loro futuro. 


Che rapporto ha la vostra comunità con la Serenissima? 

È un rapporto stretto quello tra Venezia e le nostre comunità alpine: Venezia appoggia le sue fondamenta su milioni di tronchi infissi sul fondo della laguna, provenienti in gran parte dai boschi del Bellunese. Il rapporto risale a dopo la fine dell’Impero Romano, quando le popolazioni non ebbero più a disposizione il legname della selva litoranea per costruire le palafitte e per poter sopravvivere guardarono con occhio di riguardo alla montagna Bellunese con il Cadore in primo piano, senza trascurare altri boschi del Friuli, della Slovenia, del Trentino. Pare che un “ispettore forestale” esaminò da dove provenissero i rifornimenti di legname e relazionò che, se si fossero interrotti i rifornimenti provenienti dal fiume Piave, sarebbe stato come tagliare la vena giugulare a Venezia. 


Il legname che veniva dal Bellunese come veniva poi impiegato? 

L’impiego era variegato: pensiamo a tutto il materiale che arrivava a Venezia sia per costruire fondazioni, ponti, case, palazzi, ma sopratutto per l’Arsenale, centro nevralgico della potenza marinara di Venezia. Era l’oro verde per Venezia. Fu così che verso il XIV secolo la Serenissima mise sotto tutela boschi molto importanti, quindi protetti per la sua crescita e la sua potenza, e la percentuale maggiore proveniva dal Cadore: il Bosco di Somadida di Auronzo di Cadore (detto ancora oggi Bosco di San Marco), serviva per le antenne delle galee; il Bosco di Cajada serviva per le alberature delle galee e per il fasciame delle stesse; il bosco o foresta del Cansiglio, detto ancora oggi il Bosco da remi di San Marco, famoso per i suoi faggi, “fagher”, che servivano alla costruzione dei remi delle galee; il Bosco di Roveri del Montello era utilizzato per lo scheletro, la chiglia o le ordinate delle navi.   


Quali erano le essenze prescelte e ciascuna aveva una sua destinazione? 

Le piante abbattute erano soprattutto abete bianco, abete rosso e larice. L’età della pianta era legata alla maturazione, quindi alla commercializzazione, la grossezza e la lunghezza era relativa alla maturazione e all'utilizzo della stessa. Il “lares”, il larice ad esempio, serviva per lavori sotterranei e sott'acqua perché non soffre alterazioni umido/secco. Il “lavedìn”, l’abete bianco, era impiegato nelle costruzioni di edifici e di imbarcazioni, la marina veneziana li adoperava per le alberature delle navi; i tronchi di tipo tenero della quercia, “ròre”, venivano utilizzati per la costruzione di case e palazzi (tetti, soffitti, pavimenti, scale ecc.) e così via. Pare che alla fine del 1700 Venezia potesse contare ogni anno su una quantità di legname. Venezia, con il trasporto, a fine 1700 poteva contare ogni anno su una quantità di legname pari a 270/350 mila tronchi ogni anno che venivano nelle 13 segherie dislocate tra Perarolo di Cadore e Faè di Longarone i cui proprietari avevano palazzi sul Canal Grande e depositi di legname localizzati soprattutto presso la sponda orientale di Venezia: nel mese d’agosto i mercanti di legname con i loro attendenti risalivano la zona montana e dalle Regole acquistavano i lotti di legname che dovevano essere abbattuti. Dopo il taglio si iniziavano le operazioni di trasporto, la cosiddetta Menàda Grande, il trasferimento del legname fino alle segherie dove i segantini lavoravano giorno e notte per trasformare i tronchi in tavole e travi da costruzione. Poi gli zattieri di Codissago costruivano le zattere, la davano in consegna a quelli di Ponte nelle Alpi che risalivano il Piave fino al porto di Borgo Piave, pagavano il dazio e al mattino gli zattieri di Borgo Piave facevano 60 Km di percorso fino a Falzè di Piave. Pagavano il dazio al Castello di Quero dove la notte veniva tirata una catena per impedire il passaggio delle zattere. Da Falzè gli zattieri di Nervesa salpavano per Ponte di Piave, si pagava il dazio e poi le zattere proseguivano lungo il canale Caligo, trainate da cavalli che avanzavano sulle alzaie, arrivavano a Treporti dove attendevano che salisse la marea affinché la corrente di entrata spingesse le zattere in Laguna; quando queste si trovavano in piena Laguna e cessava la corrente di marea, le zattere venivano trainate da burchi a vela fino alla sponda orientale di Venezia, dove i mercanti Cadorini avevano i depositi di legname. 


Quando è iniziata e fino a quando è continuata questa attività?

Questo lavoro terminerà all’inizio del ‘900 quando strade, ponti ferrovie, prenderanno il posto di questi strani mezzi di lavorazione e trasferimenti. Le vicende umane testimoniate riguardano un periodo che va dall’età romana (II° secolo d.C.) all’avvento della società industriale, che ha spazzato via in poco tempo modi di vivere durati per secoli senza sostanziali cambiamenti. La fluitazione del legname lungo il Piave ed il trasporto delle merci su zattere costituiva un mezzo di vita che ha permesso, per secoli, il sostentamento delle genti rivierasche e lo sviluppo di una civiltà locale che è opportuno, anzi doveroso, riscoprire e rivalutare.