30/08/2026 Visita: 0
UNITÀ,MEZZO PER L'INDIPENDENZA
Silvano: UNITÀ? SÌ, MA UNITÀ DI COSA? Da anni sentiamo parlare di unità tra i movimenti indipendentisti. Tutti la invocano, tutti dicono di volerla. Ma quando arriva il momento di mettere l’unità alla prova, troppo spesso emergono divisioni, scissioni e nuovi movimenti costruiti attorno alle singole personalità. Allora bisogna avere il coraggio di porre una domanda semplice: che cosa significa davvero unità nel movimento indipendentista? Se il nostro obiettivo è l’indipendenza e l’autodeterminazione del Popolo Veneto, non possiamo pensare che l’unità consista nel mettere insieme, occasionalmente, persone e gruppi diversi per poi tornare ognuno per la propria strada alla prima decisione non condivisa. L’unità vera presuppone un’istituzione rappresentativa, regole democratiche condivise e il loro rispetto da parte di tutti. L’istituzione deve essere il luogo nel quale ci si confronta. Anche duramente. Anche quando le posizioni sono inconciliabili. Si discute, si propone, si critica, si cerca di convincere gli altri. Poi, però, arriva il momento della decisione. E in una democrazia la decisione non appartiene al più carismatico, al più anziano, al più combattivo o a chi ritiene di avere più consenso. Decide la maggioranza. E chi si trova in minoranza ha due possibilità: continuare democraticamente a sostenere le proprie idee, oppure, se non riconosce più le regole dell’istituzione, uscire. Quello che non può pretendere è che la propria volontà diventi automaticamente la volontà di tutti. Ed è proprio qui che nasce il problema dei personalismi. Quando una persona non accetta di essere messa in minoranza, quando considera la propria visione indispensabile e insostituibile, quando interpreta il dissenso come un attacco personale e quando, di fronte a una decisione collegiale sfavorevole, decide di creare una nuova struttura attorno a sé, allora dobbiamo chiederci: stiamo ancora lavorando per l’indipendenza di un Popolo oppure stiamo costruendo un progetto personale? Perché l’indipendenza di un Popolo non può diventare il terreno nel quale soddisfare il bisogno di protagonismo dei singoli. E qui arriva una domanda ancora più scomoda. Se ogni volta che nasce una possibilità concreta di costruire una rappresentanza unitaria si producono nuove divisioni, nuove sigle e nuovi gruppi contrapposti, siamo davvero soltanto di fronte a ego, ambizioni e incapacità politica? Oppure dobbiamo iniziare a interrogarci sull’esistenza di dinamiche, interessi o strategie che — consapevolmente o inconsapevolmente — finiscono per mantenere permanentemente diviso il mondo indipendentista? Non sto dicendo che esista necessariamente un disegno organizzato. Sto dicendo che un fenomeno così ricorrente non può essere semplicemente ignorato. Perché una cosa è certa: un Popolo che vuole autodeterminarsi deve prima dimostrare di essere capace di autodeterminarsi al proprio interno. Se non siamo capaci di rispettare una decisione democratica quando ci vede in minoranza, come possiamo pretendere di convincere gli altri che siamo pronti a costruire uno Stato democratico? L’indipendenza non è il progetto di un uomo. Non è il progetto di un leader. Non è il progetto di una corrente. È il progetto di un Popolo. E chi dice di volerla veramente deve essere disposto a fare una cosa molto semplice ma estremamente difficile: rinunciare al proprio ego quando l’interesse collettivo lo richiede. Altrimenti continueremo a parlare di unità mentre, nei fatti, costruiremo soltanto nuove divisioni. E forse è arrivato il momento di smettere di chiederci soltanto “perché siamo divisi?” Dobbiamo iniziare a chiederci: “A chi giova che rimaniamo divisi?” Viviano